Coloni / Sustainability in Svalbard

Sono molto contento che tu sia qui.
Stai leggendo un breve abstract di una storia molto più grande.
E’ la storia di una terra scomoda e inospitale, fredda e glaciale.
E’ la storia di uomini che sognano un futuro diverso.
E’ la storia del futuro.

Se vuoi maggiori informazioni sulla storia completa, scrivimi a questa mail:  info@isaccoemiliani.it
Storia: Riccardo Astolfi
Fotografia: Isacco Emiliani

Ogni terra scoperta è un’isola del tesoro.
Siamo tutti figli di Cristoforo Colombo, dopotutto, e ogni nostro approdo imprevisto e temporaneo è il sogno delle Indie che coviamo nel cuore.
Anche per l’Artico è stato così, anche per le Isole Svalbard.

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Arrivare su queste isole che sembrano le Alpi nel bel mezzo del Circolo Polare Artico è un colpo al cuore. Posso immaginare lo stupore di William Barentz quando, nell’incredibile impresa di trovare un passaggio a Nord Est per le solite desiderate Indie, si è trovato davanti questo spettacolo.
Altrettanto incredibile, circa tre secoli dopo, dev’essere stata la visione di John Longyear, imprenditore statunitense che, arrivato nella gelida pianura che oggi ospita Longyearbyen ha scorso tra le curve sinuose delle montagne vie di carbone purissimo.
Colonialismo.
Secoli fa il colonialismo era un sogno: nuove terre, nuove speranze, nuove ricchezze.
Ogni terra conosciuta dall’uomo nella sua lunga storia è stata oggetto, protagonista e vittima di questo colonialismo.
Qui alle Isole Svalbard sono state le balene prima (con il loro grasso capace di diventare buon combustibile) e il carbone poi. Sempre merce di scambio, sempre fonti di energia: mi viene facile trovare qualche parallelismo coi tempi di oggi.
Qui, oggi, socchiudendo gli occhi bruciati dal vento gelido la storia si ripete: dal colonialismo antico e moderno al post colonialismo contemporaneo che fa di queste terre una Las Vegas più fredda e senza slot machine.
Oggi le Isole Svalbard sono il luogo dei contrasti e dei compromessi, delle apparenze e della fredda realtà. La cittadina dove tutto o quasi tutto succede è una terra di confine senza confini, un Klondike al 78° parallelo Nord, una No Man’s Land dove l’uomo si aggrappa al consumismo come unico baluardo per sentirsi vivo.
Può essere il turismo l’unico sostentamento di un’isola qui a Grande Inverno?
Quanto sarà capace un paradiso perduto come questo di sostenere nel tempo tutte queste persone, motoslitte, navi da crociera senza distruggere un equilibrio tanto precario?
Dalla terra eco-centrica avvistata da Barentz siamo arrivati all’egocentrismo più puro e spaventoso. Siamo sempre stati così capaci di rovinare tutto? Non era questa l’isola dei sogni? Colonialismo, dicevamo.
Colonialismo deriva dal latino colonus, coltivatore.
I coloni erano le persone che nei tempi antichi venivano mandate nelle nuove terre per abitarle e coltivarle – appunto.
Il rinascimento di quest’isola oggi passa proprio da qui: dai coltivatori.
Chi può essere colonus in questa terra inospitale, dove non cresce nulla e dove nessun uomo può nascere né essere seppellito? Ci sono sognatori che non hanno bisogno di terre fertili per seminare: è la visione di un mondo migliore – e più sostenibile – il miglior fertilizzante.
Nel nostro viaggio abbiamo incontrato Ben, cuoco agricoltore sognatore americano qui alle Svalbard per realizzare il suo sogno: coltivare vegetali a due passi dal Polo Nord e realizzare la prima economia artica sostenibile a impatto zero.
Abbiamo incontrato Åsmund, divinità vichinga dal cuore buono che ci ha raccontato come qui, dentro il permafrost, la Svalbard Global Seed Vault è nello stesso tempo archivio, dono, cattedrale e sogno realizzato.
Un dono per l’umanità del presente e del futuro.
Abbiamo conosciuto Cheshtaa, Mirko e tanti giovani sognatori.
Si, perchè questa è l’isola dei sogni. Dei sogni che possono diventare incubi se non coccolati bene. Questa è la loro storia. E’ la storia del futuro di questa isola del tesoro.
Il futuro delle Isole Svalbard passa da qui: dai sognatori come Ben, che renderà rigoglioso il suo progetto agricolo – anzi, post-agricolo – e tra qualche anno potrà coltivare microgreens e vegetali per l’intera isola, passa dal vichingo Åsmund, custode in questo permafrost della memoria collettiva di tutti gli agricoltori del mondo, e passa da tutti i visionari come Cheshtaa e Mirko che, qui per cambiare il mondo, stanno cominciando col cambiare sé stessi.

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Fotografia
Isacco Emiliani

Storia di
Riccardo Astolfi

Editing
Sarah Leen

Pubblicazione
Aprile 2020