Una fotografia aerea scattata con un drone nel novembre 2024 con 3BMeteo per un progetto sul cambiamento climatico e sulla mano dell’uomo, mostra un tratto di foresta amazzonica nello stato di Mato Grosso, una linea quasi geometrica: da un lato la chioma continua, verde e compatta della foresta pluviale; dall’altro un tappeto di cenere e tronchi anneriti, il suolo nudo esposto per la prima volta in secoli. Non è un margine naturale – non segue un fiume, un crinale, un cambio di suolo – è il confine tracciato da un incendio, netto come se fosse stato disegnato con un righello. È il tipo di immagine che negli ultimi anni è diventata quasi un genere fotografico a sé: la vista dall’alto che rende visibile, in un solo scatto, ciò che a terra si percepisce solo come fumo e calore.
Quella linea, però, non riguarda solo l’Amazzonia. È la stessa geometria che si ritrova, con proporzioni diverse, nelle foreste boreali della Siberia e del Canada, nelle conifere del Nord America occidentale, nel Mediterraneo, in Australia. Il caso amazzonico è il punto di partenza più fotografato – e il più studiato – ma la domanda che pone è globale: gli incendi forestali stanno davvero cambiando natura, o si tratta della stessa variabilità di sempre, resa più visibile dai satelliti?
Cosa mostrano i dati degli ultimi anni
Il 2024 è stato, per l’Amazzonia brasiliana, l’anno con più incendi rilevati dai satelliti dell’Istituto Nazionale per la Ricerca Spaziale (INPE) da diciassette anni a questa parte: oltre 140mila roghi, il 42% in più rispetto al 2023.
© Isacco Emiliani for 3B Meteo | Mato Grosso, Brazilian Amazon – November 2024
Nei soli primi sei mesi dell’anno gli incendi censiti erano già stati quasi 13.500, un numero che secondo gli osservatori non si vedeva da vent’anni, e nella zona umida del Pantanal l’aumento rispetto allo stesso periodo del 2023 aveva sfiorato il 935%.
Uno studio pubblicato su Biogeosciences ha quantificato l’estensione di quella stagione: 3,3 milioni di ettari di foresta amazzonica colpiti dal fuoco nel solo 2024, un’area più grande del Belgio e la quota più alta dal 2021, pari a circa nove volte la media degli ultimi vent’anni, con emissioni di CO2 stimate a quasi 800 milioni di tonnellate – più o meno quanto emette in un anno la Germania.
Dietro questi numeri c’è una causa climatica riconoscibile: la siccità che ha colpito il bacino amazzonico a partire dal 2023, la peggiore mai registrata secondo le rilevazioni idrologiche, ha reso la vegetazione più secca e più incline a bruciare, anticipando il picco stagionale degli incendi rispetto a settembre, il mese tipicamente più critico.
Ma il segnale non è solo amazzonico, e non riguarda solo l’estensione delle aree bruciate. Uno studio del 2024 guidato da Calum Cunningham ha analizzato ventuno anni di dati satellitari sulla potenza radiativa degli incendi – una misura dell’energia rilasciata dal fuoco, non solo della superficie percorsa – e ha trovato che gli eventi energeticamente più estremi sono più che raddoppiati in frequenza tra il 2003 e il 2023, con un aumento di pari entità anche nella loro intensità media. Sei degli ultimi sette anni dello studio risultano i più estremi mai registrati.
L’aumento è concentrato soprattutto nelle foreste boreali e nelle conifere temperate del Nord America e della Russia, dove gli incendi estremi sono cresciuti rispettivamente di undici e sette volte dall’inizio del secolo – anche se, paradossalmente, la superficie totale bruciata a livello globale è in calo in molte savane e praterie, per effetto dell’espansione agricola che riduce il combustibile disponibile. Il rapporto State of Wildfires 2024–2025, coordinato da un consorzio internazionale di enti di ricerca sul clima, colloca questi dati in una tendenza più ampia: un aumento di circa il 40% nell’estensione degli incendi forestali nelle regioni extratropicali negli ultimi due decenni, alimentato da condizioni meteorologiche sempre più favorevoli al fuoco.
© Isacco Emiliani for 3B Meteo | Mato Grosso, Brazilian Amazon – November 2024
Non si tratta soltanto di temperature più alte. Già nel 2015 uno studio guidato da Matthew Jolly aveva mostrato che la “stagione meteorologica del fuoco” – il periodo dell’anno in cui le condizioni climatiche rendono possibile un incendio – si era allungata su un quarto della superficie vegetata del pianeta tra il 1979 e il 2013, con un aumento medio globale del 18,7%: in alcune aree, tra cui parti del Brasile, il Messico e l’Africa orientale, la stagione del fuoco dura oggi più di un mese in più rispetto a trentacinque anni fa.
Il ruolo dell’uomo, dentro e oltre il clima
Attribuire tutto al clima sarebbe però una semplificazione. In Amazzonia, secondo le stime nel 2024, il 99% degli incendi avrebbe un’origine antropica diretta: fuochi appiccati deliberatamente per liberare terreno da destinare a pascolo o coltivazione, che la siccità ha reso più facili da innescare e più difficili da controllare.
Lo studio pubblicato su Biogeosciences è esplicito su questo punto: la stagione di incendi record del 2024 è il prodotto di una combinazione tra siccità estrema legata al riscaldamento globale, frammentazione delle foreste dovuta alla deforestazione pregressa, e una gestione del territorio che lascia ai margini della foresta un combustibile secco e continuo. La deforestazione, cioè, non è solo un fenomeno parallelo agli incendi: è pre condizione fisica che li rende possibili, aprendo varchi che seccano i margini della foresta e la rendono più vulnerabile al fuoco proveniente da terreni agricoli adiacenti.
© Isacco Emiliani for 3B Meteo | Mato Grosso, Brazilian Amazon – November 2024
La stessa logica, con attori diversi, spiega parte dell’aumento degli incendi estremi nelle foreste boreali: decenni di soppressione sistematica del fuoco hanno lasciato accumulare combustibile nei sottoboschi di Canada e Russia, che ora bruciano con un’intensità che il solo aumento delle temperature non spiegherebbe da solo. Il fuoco, in altre parole, resta quasi sempre un fenomeno ibrido: innescato dall’uomo o dal fulmine, ma reso più esteso, più intenso e più difficile da spegnere da un clima che si sta scaldando.
Diritti indigeni: dove il fuoco arretra davvero
Se c’è un dato che smentisce l’idea di un collasso uniforme e ineluttabile, viene proprio dall’Amazzonia, e riguarda i territori indigeni. Diversi studi indipendenti convergono su una conclusione simile: dove i diritti fondiari delle comunità indigene sono legalmente riconosciuti, la deforestazione – e con essa gli incendi – arretra in modo misurabile. Una ricerca pubblicata su Scientific Reports nel 2023 stima che il riconoscimento giuridico dei territori indigeni possa ridurre la deforestazione fino al 66%.
Un’analisi più recente, basata su dati satellitari incrociati con il censimento brasiliano, parla di una riduzione fino all’83% rispetto alle aree non protette.
Il programma di monitoraggio MAAP ha calcolato che, tra il 2017 e il 2021, le aree protette e i territori indigeni dell’intero bacino amazzonico hanno perso in media un terzo della foresta primaria rispetto alle zone non protette.
Le stesse traiettorie, però, mostrano fragilità: nelle terre indigene brasiliane la deforestazione è cresciuta del 129% dal 2013, spinta soprattutto dall’espansione mineraria illegale nelle aree meno sorvegliate – a conferma che la protezione funziona quando i diritti sono difesi concretamente, non solo dichiarati sulla carta.
© Isacco Emiliani for 3B Meteo | Mato Grosso, Brazilian Amazon – November 2024
Ma le comunità indigene non sono solo un argine agli incendi: ne sono anche vittime dirette. Uno studio che ha incrociato dati su incendi, fumo e salute nel bacino amazzonico tra il 2001 e il 2019 ha mostrato che l’inquinamento da rogo aumenta l’incidenza di malattie respiratorie, cardiovascolari e trasmesse da vettori proprio nei territori indigeni esposti al fuoco, in particolare dove la copertura forestale circostante si è già frammentata.
A questo si aggiungono gli effetti meno quantificabili ma altrettanto concreti: la perdita di risorse di caccia e raccolta, la contaminazione delle fonti d’acqua, lo sfollamento forzato di interi villaggi quando il fuoco raggiunge le aree abitate. La stessa area protetta dalla presenza indigena, cioè, non è per chi la abita uno scudo assoluto: resta il fronte più esposto, quello su cui il fuoco arriva per primo e più spesso, anche quando è proprio la sua gestione a contenerne l’avanzata altrove.
Il meccanismo alla base non è misterioso: le comunità indigene praticano da generazioni un uso del fuoco controllato e a bassa intensità, mantengono una sorveglianza costante del territorio contro le attività illegali, e la loro stessa presenza legale scoraggia l’ingresso di chi vorrebbe disboscare per l’agricoltura estensiva. È, insieme alla riduzione della deforestazione registrata dall’INPE nello stesso anno record di incendi 2024, uno dei pochi segnali che indicano una direzione diversa da quella dominante.
© Isacco Emiliani for 3B Meteo | Mato Grosso, Brazilian Amazon – November 2024
Perché la linea netta non basta più
La fotografia aerea con cui si apre questo articolo mostra un confine che sembra definitivo: da una parte la foresta, dall’altra la cenere. Ma quella linea, come il pendio islandese fotografato nel 2016, non è un punto d’arrivo: è un fotogramma dentro una sequenza che i dati raccolti negli anni successivi permettono finalmente di leggere nel tempo, non nello spazio di un solo scatto. Mostra, allo stesso momento, tre processi che si sovrappongono – un clima che allunga la stagione del fuoco, un uso del suolo che fornisce l’innesco e il combustibile, e una minoranza di territori dove entrambi i fattori vengono, almeno in parte, contenuti. Il compito di chi torna a fotografare queste aree, ogni prossima estate, non è più solo documentare il danno: è misurare, scatto dopo scatto, quale delle tre traiettorie sta prevalendo.
© Isacco Emiliani for 3B Meteo | Mato Grosso, Brazilian Amazon – November 2024
The Project
SCIENCE CORNER
Science Corner è un blog ideato da Isacco Emiliani e Marta Abba con l’obiettivo di raccontare attraverso immagini, video e parole le principali sfide sociali e ambientali del nostro tempo.
Il progetto unisce la fotografia sul campo di Isacco Emiliani alla ricerca giornalistica e scientifica di Marta Abba: immagini capaci di documentare luoghi, comunità e trasformazioni, accompagnate da articoli che approfondiscono temi come la crisi climatica, le migrazioni, la conservazione della biodiversità, lo sfruttamento delle risorse naturali, i diritti delle minoranze e i pregiudizi tecnologici.
Marta Abba è giornalista freelance e fisica dell’ambiente, specializzata in diritti umani, climatici e digitali.
Attraverso il suo lavoro esplora le connessioni tra scienza, società e cambiamenti globali.
Journalist:
Curated by Marta Abba
Photography and Video:
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