Una fotografia scattata nel 2016 su un versante roccioso dell’Islanda del nord, mostra un pendio di detrito grossolano parzialmente coperto di neve che sembra fermo da sempre: nessun segno visibile di movimento recente. È il tipo di paesaggio che in quegli anni veniva fotografato soprattutto per la sua stabilità apparente — la testimonianza di un equilibrio geologico che pareva scontato. Nove anni dopo, uno studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research: Earth Surface ha dimostrato che pendii identici a quello, in quella stessa regione, non sono affatto stabili nel lungo periodo: il 90% delle centinaia di frane rocciose censite nell’area si è verificato migliaia di anni dopo il ritiro dei ghiacciai locali, in coincidenza con fasi di rapida degradazione del permafrost che teneva insieme la roccia. Gli stessi autori avvertono che il rischio di frane sarà più alto proprio nelle aree dove il permafrost sta degradando oggi — un processo già osservato per diverse frane recenti nel nord del paese.
Quel pendio fotografato nel 2016, come molte altre aree islandese immortalate nello stesso periodo, insomma, non era affatto immobile: lo erano solo alla scala di un singolo scatto.
© Isacco Emiliani | Vatnajökull, Iceland – March 2016
Cos’è il permafrost, e perché conta
Il permafrost è terreno rimasto ghiacciato in modo continuativo per almeno due anni consecutivi — in molte aree artiche e d’alta quota, per migliaia di anni. Contiene resti vegetali e animali accumulati nel tempo, congelati prima che i batteri potessero decomporli del tutto: un archivio biologico che custodisce quantità di carbonio organico superiori a quelle già presenti nell’atmosfera terrestre. Ma il permafrost non è solo un deposito di carbonio: nei terreni scoscesi è anche un cemento naturale, che tiene insieme roccia e detrito lungo i versanti. Quando si scioglie, il terreno perde entrambe le funzioni insieme — rilascia gas serra e perde la propria coesione strutturale.
Per anni il modello dominante è stato quello del disgelo lento e uniforme, uno strato superficiale che si assottiglia anno dopo anno in parallelo alle temperature. La ricerca più recente racconta una storia diversa: accanto al disgelo graduale esiste il disgelo abrupto, un collasso fisico del terreno che può avvenire in giorni o mesi anziché in decenni. Su scala artica, uno studio guidato da Merritt Turetsky ha mostrato come questo tipo di disgelo mobiliti carbonio sepolto molto più in profondità, e molto più rapidamente, di quanto previsto dai modelli basati solo sul disgelo graduale.
© Isacco Emiliani | Ovest of Iceland – March 2016
In Islanda questo cedimento strutturale ha una firma particolarmente concreta: due frane recenti nel nord del paese, quelle di Móafellshyrna e Árnesfjall, sono state analizzate da un gruppo di ricercatori che ha isolato il ruolo specifico del ghiaccio interstiziale — il ghiaccio che riempie i pori del detrito roccioso — nel determinare non solo l’innesco, ma anche la dinamica delle frane stesse. Il disgelo di quel ghiaccio, insieme all’acqua rilasciata dal materiale saturo, ha fornito il fluido in più che ha trasformato semplici cedimenti in colate detritiche a lungo raggio, capaci di continuare a muoversi anche dopo l’evento iniziale.
© Isacco Emiliani | Vatnajökull, Iceland – March 2016
Il permafrost islandese oggi: quanto resta, e quanto si scalda.
Il permafrost in Islanda non è marginale come si potrebbe pensare: modelli basati su decenni di dati climatici stimano che coprisse circa l’11% del territorio islandese negli anni Ottanta, una quota già scesa a circa il 7% più di recente, concentrata soprattutto negli altopiani centrali e nelle montagne sopra gli 800 metri di quota.
I dati più recenti raccolti nei pozzi di monitoraggio islandesi, attivi dal 2004, mostrano un riscaldamento rapido del permafrost sia in Islanda sia in Norvegia negli ultimi vent’anni, al punto da favorire la formazione di talik — sacche di terreno che restano scongelate tutto l’anno all’interno di suolo altrimenti permanentemente gelato, un segnale diretto di degradazione in corso. È lo stesso processo che, secondo le proiezioni più recenti sulla stabilità dei pendii europei, renderà sempre più frequenti i cedimenti strutturali nelle aree di alta quota man mano che il riscaldamento prosegue nei prossimi decenni.
© Isacco Emiliani | Vatnajökull, Iceland – March 2016
Sopra questo permafrost che si degrada, la superficie ghiacciata dell’isola si sta ritirando a un ritmo altrettanto rapido: l’Islanda ha già perso 70 dei suoi 400 ghiacciai, e nell’area attorno al Vatnajökull — il più grande d’Europa per volume — il ritiro del ghiaccio sta persino sollevando il terreno di circa un centimetro l’anno, tanto da rendere più basso il fondale del porto di Höfn. Ghiaccio superficiale e permafrost sotterraneo raccontano quindi due facce dello stesso fenomeno: un’isola il cui terreno si muove — verso l’alto in certi punti, verso il basso in altri — molto più di quanto un singolo scatto fotografico possa mai suggerire.
© Isacco Emiliani | Búðardalur, Iceland – March 2016
Perché guardare da vicino. Ecco perché fotografie come quelle del 2016 vanno ripensata non come immagini definitive, ma come i primi fotogrammi di una sequenza ancora aperta. Il pendio che sembrava immobile in quello scatto è, secondo la scienza pubblicata negli anni successivi, uno dei luoghi in cui il collasso è più probabile proprio adesso. Fotografare queste aree oggi significa allora tornare sugli stessi punti, ripetere l’inquadratura, e lasciare che sia il confronto nel tempo — non il singolo scatto — a mostrare ciò che i modelli climatici stanno già misurando: un terreno che non sta trovando un nuovo equilibrio in modo ordinato, ma per cedimenti successivi, spesso invisibili fino al momento in cui accadono.
The Project
SCIENCE CORNER
Science Corner è un blog ideato da Isacco Emiliani e Marta Abba con l’obiettivo di raccontare attraverso immagini, video e parole le principali sfide sociali e ambientali del nostro tempo.
Il progetto unisce la fotografia sul campo di Isacco Emiliani alla ricerca giornalistica e scientifica di Marta Abba: immagini capaci di documentare luoghi, comunità e trasformazioni, accompagnate da articoli che approfondiscono temi come la crisi climatica, le migrazioni, la conservazione della biodiversità, lo sfruttamento delle risorse naturali, i diritti delle minoranze e i pregiudizi tecnologici.
Marta Abba è giornalista freelance e fisica dell’ambiente, specializzata in diritti umani, climatici e digitali.
Attraverso il suo lavoro esplora le connessioni tra scienza, società e cambiamenti globali.
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Curated by Marta Abba
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